Guardando alla selezione di titoli internazionali che quest’anno concorreranno al Lido di Venezia per il Leone D’Oro, e lasciando da parte i paragoni sterili con la passata e clamorosa edizione che imperversano da giorni, bisogna riconoscere che sono più d’uno i nomi e le opere potrebbero suscitare la gioia dei cinefili incalliti, a cominciare da Kore-Eda Hirokazu, che aprirà le danze con il suo La Vérité e che alla recitazione sciorina i nomi di gran dame del cinema d’oltralpe, Catherine Deneuve e Juliette Binoche, e quelli di attori in gran voga come Ethan Hawke, davvero brillante in First Reformed di Paul Schrader in competizione nel 2017, cui si aggiungono Clementine Grenier e Ludivine Sagnier.

Come sempre, invece, Soderbergh, che di secondo lavoro fa “il pomo della discordia”, con The Loundromat, fomenta la solerte torma dei critici animando gli entusiasmi degli estimatori tanto quanto le virulente invettive di detrattori vari, pur sfoggiando, o forse proprio perchè sfoggia, pure lui un cast da urlo con Maryl Streep, Gary Oldman, Banderas fresco fresco del trionfo sulla Croisette (e bisogna ammettere che ha reso una performance strabiliante) con Dolor Y Gloria di Almodovar, e Sharon Stone, che con la sua eleganza asciutta e la sua misura interpretativa è il valore aggiunto di ogni pellicola.

 Dopo la perfezione di Jackie, del 2016, molto ci si aspetta anche da Ema di Pablo Larraín, che sembra aver trovato, in un cinema narrativo esemplarmente grammaticato e intenso, la formula adatta per coniugare un’innegabile capacità di controllo sulla forma filmica ai buoni risultati di botteghino.

 In molti poi, in primis chi scrive, attendono con curiosità anche About Endlessness di Roy Andersson che ci aveva lasciato tutti  piacevolmente di stucco con quella straripante e poetica stranezza filmica che fu Un Piccione Seduto Su Un Ramo Riflette Sull’esistenza, Leone d’oro 2014.

 Intanto irrompe in concorso, con una sortita che non suscita certo il plauso dei soliti cinefilissimi a oltranza, anche il mainstream più sfacciato, con Ad Astra di James Gray, un thrilling-sci-fi iper spettacolaristico, in tipico spirito da mega blockbusterone miliardario made in Usa, che si gioca pure l’asso pigliattutto (in sala) del super divo dei divi, Brad Pitt in versione “ Big Jim astronauta” (ed affiancato dall’immarcescibile Tommy Lee Jones).

Todd Phillips, invece, garantisce che il suo Joker si ispira solamente al mitico personaggio DC Comics, ma che sarà molto diverso dalla versione cartacea, e di certo punta tutto sulle performances attoriche dei due mattatori assoluti di cui il cast si fregia, Robert De Niro e Joaquin Phoenix, cabarettista fallito che sprofonda in un vortice di progressiva psicosi sino a divenire la mente criminale del fumetto.


Molto già si parla anche del nuovo di Polansky, J’Accuse, sul caso Dreyfuss, nell’occhio del ciclone per una serie di polemiche che riguardano però più i violenti trascorsi personali del regista piuttosto che la qualità artistica e stilistica dell’opera. Olivier Assayas, dal canto suo, si avvale del fascino ancora sbarazzino di Penepole Cruz, per raccontare col suo Wasp Network uno spy-thriller ambientato nel mondo degli infiltrati cubani tra i gruppi di attivisti anticastristi degli anni ’90, che promette forti emozioni.

A puntare su un attore super blasonato, di quelli che qualche anno fa facevano strillare le ragazzine e oggi le signore, è anche Ciro Guerra, che mette in campo un Jhonny Depp dimagrito e ripulito, in splendida forma, si direbbe, per il suo Waiting For The Barbarians tratto dall’omonimo e premiatissimo romanzo del Premio Nobel J. M. Coetzee.

 C’è invece l’ombra (minacciosa?) di Netflix dietro il dramma familiare Marriage Story di  Noah Baumbach con una ora biondissima Scarlett Johansson, e certamente la massiccia presenza delle grandi piattaforme digitali nei palinsesti del festival è un’altro dei grandi temi di cui si (ri)discuterà ampiamente anche quest’anno.

Solamente due, haimè, le presenze femminili, dettaglio non sfuggito ai sostenitori delle “quote rosa” più polemici, ma sempre attenti alle problematiche della rappresentanza di gender, Haifaa al-Mansour, indomita prima regista donna dell’Arabia Saudita che, con The Perfect Candidat, racconta la storia difficile di un’altra donna, che scende in politica sfidando le più fallocentriche convenzioni della cultura di appartenenza, e Babyteeth, di   Shannon Murphy, al suo esordio cinematografico.

Una selezione varia al suo interno, dunque, che coniuga agevolmente il cinema “d’autore”, sempre che la definizione abbia ancora un suo valore, e blockbuster spettacolari, super divi da Red Carpet e registi “impegnati”, opere d’evasione e film di strenuo impegno sociale e politico, riuscendo, acrobaticamente, a tenere insieme critica e pubblico, per una edizione del Festival più blasonato, nel bene e nel male tutta da seguire.