Come ogni anno, all’indomani della divulgazione del palinsesto della più blasonata kermesse cinematografica nazionale rete e carta stampata si animano di dotte riflessioni, discettazioni cinefile  e pronostici profetici, entusiasmi che riaffiorano e vecchie ruggini da far impallidire un’assemblea di condominio.

Dopo un’ edizione di Cannes “in grazia di Dio”, la notazione polemica che da più parti si è fatta sentire nei confronti del lavoro del direttore Barbera è quella relativa alla presunta non indipendenza di molte delle scelte fatte, che sarebbero state motivate più dalla volontà di “rispondere per le rime” alla ricchissima proposta francese, che non da un’intenzione autonoma e coraggiosa di ricerca delle novità e della qualità, una accusa che il direttore ha fermamente rigettato, sottolineando la diversità delle logiche e delle politiche sottese ai due festival e rivendicando la completa autonomia storica e culturale di quello veneziano.

Non sembra poi essere scemata la querelle scatenatasi l’anno scorso attorno ai casi Roma di Alfonso Cuarón, poi Leone D’oro, e Sulla Mia Pelle di Cremonini, prodotti e distribuiti Netflix. L’acrimoniosa polemica investe il ruolo invasivo delle grandi piattaforme digitali rispetto ai palinsesti festivalieri (gli stessi due film hanno fatto incetta anche ai David) che sottrarrebbe spazi produttivi (ed introiti, ovviamente) al cinema tradizionale e al consumo di sala. Quest’anno ben due delle pellicole del concorso principale, Marriage Story di  Noah Baumbach e The Loundromat di Soderbergh portano il marchio “dell’infamia”, il temutissimo logo Netflix, come anche The King, fuori concorso, a firma di David Michôd. A completare il quadro del completo accerchiamento e ad attizzare i timori dei più conservatori sull’imminente “morte del cinema per come lo conosciamo”, arrivano pure le attesissime anteprime di The New Pope di Sorrentino, che vede il supporto congiunto di Sky Atlantic, HBO e Canal +, e ZeroZeroZero di Sollima, prodotta invece da Cattleya per Sky, Canal+ e Amazon, roba che più streaming di così si muore. Non entriamo qui nel merito, ma certo sono presenze che si fanno sentire.

La stampa internazionale più moralizzante, e la rete che gli fa eco, già si sono scatenate attorno al caso dello «stupratore» Polansky, così etichettato da Melissa Silverstein, fondatrice di Women and Hollywood, in un tweet al vetriolo, cui fa eco la giornalista britannica Anita Singh, che rincara la dose aggiungendo con stizza polemica che su 21 registi in corsa due solamente, Shannon Murphy con il suo esordio Babyteeth e Haifaa al-Mansour con The Perfect Candidate, sono donne. Un attacco che riprende il discorso sul presunto sessismo di Barbera e team dal punto in cui si era interrotto l’anno passato per via dello squallido epilogo a sfondo sessista legato alla proiezione del film di Jennifer Kent (tutto di una tristezza infinita).

Dal canto suo Barbera ha giustamente fatto notare che oltre la metà delle opere selezionate per Orizzonti sono dirette da donne e che comunque molte opere presenti nelle più diverse sezioni del festival, The Perfect Candidate, in primis, trattano tematiche e affrontano criticità “al femminile”cui il Festival non è insensibile.

Intellettuali e critici secchioni, invece, da giorni si arrovellano nel tentativo di comprendere, analizzare, ma più di tutto di esorcizzare le incomprensibili (per loro) ragioni della presenza nel programma di un festival, espressione della più alta culturalità, di un documentario sulla Ferragni nella sezione Sconfini (con la regia dei Elisa Amoruso). Fenomeno totemico del pop più disarmante, ma tracimante e inarrestabile, la fashion blogger più cliccata del mondo sembra ormai gaiamente insediatasi anche tra le stanze più private e inviolabili della Cultura con la “C” maiuscola, senza soffrire, a quanto pare, di complesso di inferiorità alcuno nei confronti di chicchessia, e anche in questo caso le fazioni del pro e del contro stanno battagliando a colpi di fioretto avvelenato, tastiera e calamaio. Del fatto, poi, che la sua presenza calamiterà le attenzioni mediatiche più disparate e smisurate, possiamo esser certi come della morte (ahimè), come del fatto che in molti obietteranno che questa vistosa presenza distoglierà l’attenzione dai contenuti Culturali, sempre quelli con la “C” maiuscola, vero patrimonio del Festival.

E poi Maresco tacciato di pessimismo eccessivo, patologico, per quella sua ostinata abitudine di volere presentare l’immagine di un paese sotterraneamente percorso da indebite connivenze  e opache relazioni di potere (un pazzo, insomma!!!), le accuse di “eurocentricità” al Festival, che selezionerebbe troppe poche opere da paesi afircani e arabi e quella di aver istituito intere sezioni , Venezia Classics e Orizzonti, che sarebbero “copie” di  Cannes Classics e Un certain regard, insomma chi più ne ha più ne metta.

Niente di nuovo sotto il sole del Lido, dunque, anche quest’anno, come ogni anno, arsenico e spritz che scorrono a fiumi, non mancate.